Mikrogeophagus ramirezi

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Mikrogeophagus ramirezi è una delle specie di pesci tropicali più diffusa; appartiene alla famiglia dei Ciclidi (Cichlidae) e ha la fama di pesce colorato ma delicatissimo.
È conosciuto anche con il nome comune “Ciclide nano di Ramirez” o anche solo come “ram”.

Vediamo di scoprire quali siano i suoi segreti – vi ricordo anche che abbiamo già la traduzione autorizzata di un articolo di Ivan Mikolji sull’habitat naturale di questa specie.

Coppia di M. ramirezi nel loro habitat naturale.
Coppia di M. ramirezi nel loro habitat naturale, dall’articolo di Ivan Mikolji, autore della foto.

Consiglio la lettura di questo articolo, così da conoscere l’ambiente e le abitudini della specie, prima di procedere con questa scheda.

Habitat di Mikrogeophagus ramirezi

Mikrogeophagus ramirezi è un Ciclide sudamericano.

La popolazione tipo, ossia quella utilizzata per descriverlo scientificamente, proviene dal sistema fluviale dell’Orinoco, in Venezuela. Il luogo preciso non viene svelato con precisione ma si ipotizza sia nelle Los Llanos (praterie aride) del sistema fluviale del Rio Apure, nella zona più limitrofa all’intersezione col Rio Orinoco.

Questa specie comunque è stata ritrovata in diversi luoghi, sempre all’interno di questa ecozona di prateria arida, che si estende tra Venezuela e Colombia.
I vari ritrovamenti in natura riferiscono comunque luoghi molto simili ossia piccoli specchi d’acqua ferma o a scorrimento molto lento con fondo fangoso, presenza di piante sommerse e acqua che, a seconda dei siti, va dal marroncino lieve allo scuro.

M. ramirezi selvatico che si nutre nel suo ambiente naturale.
In questa foto di Ivan Mikolji possiamo apprezzare molto bene il tipo di fondo.

In natura abitano le rive di questi stagni, nel fitto della vegetazione, a una bassissima profondità.
Visto il lento scorrimento dell’acqua e il Sole non schermato dagli alberi, si hanno temperature che toccano i 30/32 °C.

Curiose sono le misurazioni fatte in questi siti, dove abbiamo un pH variabile ma comunque acido (5.5, 6.2, 5.1 ecc) ma con una conducibilità sempre bassissima, addirittura sui 3 μS/cm in alcune zone.

Morfologia

Mikrogeophagus ramirezi è un piccolo ciclide dalle dimensioni di circa 4/6 cm e corpo tozzo.

La colorazione è molto vivace e varia a seconda delle popolazioni dal giallo al blu.
Si è notato che gli esemplari che abitano in sistemi fluviali ampi tendono ad avere una colorazione quasi totalmente assente, con una livrea color beige.  Probabilmente in queste condizioni la mimetizzazione per eludere la predazione riveste un ruolo più importante rispetto al corteggiamento.

Generalmente la parte anteriore del corpo è tendente al giallo, con una banda nera verticale all’altezza dell’occhio. Nella parte alta del ventre è presente uno spot nero che talvolta interessa leggermente anche la pinna dorsale.
La parte terminale del corpo ha un colore tendente all’azzurro mentre le pinne sono trasparenti ma con numerosi riflessi azzurri, viola e rossi.

Le pinne pettorali solitamente hanno i primi raggi di color nero e/o azzurro (almeno per quanto riguarda gli esemplari con colorazione naturale); la dorsale, pronunciata, ha i primi raggi di colore nero.

Dimorfismo sessuale

Il dimorfismo sessuale è molto chiaro negli esemplari non selezionati: le femmine infatti presentano una vistosa macchia rosa sul basso ventre che può diventare ancora più marcata in fase di riproduzione.
I maschi, invece, hanno i primi raggi della dorsale molto più allungati e anche la parte terminale presenta un allungamento “a ricciolo” che nelle femmine è, al contrario, tronco.

Le femmine, inoltre, hanno lo spot nero sul corpo più esteso, generalmente con all’interno una macchia fatta di riflessi; nel maschio non è presente.

Tutte queste differenze purtroppo sono diventate sempre meno evidenti con la selezione artificiale, che ha cercato di massimizzare i colori.
Questo rende difficile il riconoscimento del sesso negli esemplari di provenienza commerciale e in tali casi bisogna armarsi di pazienza e cercare tramite confronto visivo di notare le differenze nei prolungamenti della pinna dorsale.

L’acquario per Mikrogeophagus ramirezi

Mikrogeophagus ramirezi è un ciclide che in natura vive in piccoli gruppi da una decina di esemplari; durante le riproduzioni, tuttavia, si formano coppie che cooperano nella riproduzione mentre l’aggressività aumenta nei confronti dei conspecifici.

In ambiente chiuso come un acquario è difficile gestire questa situazione perché, al contrario dell’ambiente naturale, la coppia non può isolarsi totalmente. Per questo motivo, Mikrogeophagus ramirezi è spesso allevato in coppie.

In acquari molto sviluppati in lunghezza è tuttavia possibile ricreare il gruppo, il che permette di osservare una gamma di situazioni comportamentali maggiori.
Questa situazione tuttavia va progettata accuratamente, studiando un allestimento con diversi blocchi visivi e zone dove gli esemplari scacciati possano rifugiarsi in sicurezza, in acquario di dimensioni non indifferenti: sotto il metro di lato lungo sconsiglio il gruppo di esemplari.

Come allestire la vasca per Mikrogeophagus ramirezi?

Come abbiamo potuto vedere nella descrizione dell’ambiente e nell’articolo di Ivan Mikolji, il fondo in cui si sono evoluti questi pesci è caratterizzato dalla presenza di una fanghiglia che setacciano continuamente con la bocca e che gli ha conferito il nome di “Piccoli Mangia-terra“.

L’alternativa più pratica per noi acquariofili è usare una sabbia finissima, assicurandoci che non sia calcarea, visti i valori di allevamento. Questo consentirà ai pesci di filtrarla attraverso le branchie in maniera simile a quanto accade negli habitat naturali.

Non sono pesci di acqua completamente nera quindi non è obbligatorio l’utilizzo elevato di tannini, torba o estratti. Per acidificare, ad ogni modo, credo sia molto meglio utilizzare acidi naturali come i tannini prodotti da legni, foglie o portasemi.
È opportuno evitare l’utilizzo di acidi forti da sciogliere in acqua o il sovra-dosaggio di CO2 con lo scopo di avere acqua chiara e pH acido.

Consiglio quindi di ambrare leggermente l’acqua utilizzando pignette d’ontano o foglie di catappa o quercia; è anche gradita la presenza di qualche legno o radice per creare un allestimento più complesso.

Nei ciclidi è, infatti, importante avere barriere visive e numerosi ripari. Se si vuole mantenere un colore minimo basta utilizzare acqua con KH basso che renderà più facile scendere col pH, usando quindi una minore quantità di tannini.

Mikrogeophagus ramirezi
Sabbia finissima, piante e legni in un allestimento adeguato. Foto di Giulia Li Rosi.

Come abbiamo visto, nel loro habitat naturale la vegetazione subacquea è assente e per lo più la incontrano durante le alluvioni, quando l’acqua fuoriesce dal letto del fiume e si riversa sulle rive con piante palustri che vengono sommerse.

Gli avannotti usano queste zone per cercare protezione e nutrirsi, quindi in acquario potremmo utilizzare piante facili per ricreare qualcosa di simile con Egeria densa semi-galleggiante e una zona con Helanthium tenellum o affini per creare una zona con un prato un po’ alto simile all’erba che trovano in natura sulle rive.

Inserimento in vasca

Uno dei problemi principali con M. ramirezi è l’inserimento in vasca, ovviamente una volta che la stessa è matura.

L’importanza dell’ambientamento

Un buon ambientamento spesso evita la maggior parte dei problemi che hanno dato a questo pesce la nomea di delicato.

Anzitutto dobbiamo evitare bruschi sbalzi di valori – sicuramente qualche anno di selezione in cattività non avrà modificato un pesce frutto di migliaia di anni di evoluzione tuttavia se un pesce un’ora prima era tenuto in acqua di rubinetto a pH 7.5 e con durezze elevate e noi lo mettiamo ai valori in cui si trova in natura – per quanto giusti sulla carta – gli provochiamo uno shock osmotico non indifferente.

Il primo consiglio quindi è di preparare la vasca a valori più simili a quelli di un negozio rispetto a quelli naturali e portarli ad acqua acida e morbida col tempo e gradualmente, con i pesci già ambientati.

La temperatura durante l’ambientamento

Il secondo consiglio riguarda la temperatura: siccome è una specie che non eccelle per le difese immunitarie, è utile un ambientamento in acqua calda (28 °C) a cui abbinare un aeratore per i primissimi giorni in modo che lo stress per l’inserimento non faccia trovare strada libera a malattie e parassiti.

Importante, infine, evitare possibili cause di stress, quindi il primo giorno consiglio luci spente e di non tentare di alimentare – un giorno di digiuno non ha mai creato problemi.

All’acquisto, è molto importante anche scegliere esemplari sani: possiamo infatti avere numerose premure ma se il pesce che andiamo a comprare è già malato è molto facile che lo stress di un trasporto e il cambio di vasca non migliorino la situazione.

Vanno evitati a questo scopo gli esemplari che presentano pancia incavata, in quanto potrebbero essere vittima di parassiti intestinali, gli esemplari con escoriazioni o altri segni anomali sul corpo e soprattutto gli esemplari apatici.

Gestione in vasca una volta ambientati

Una volta che il pesce è correttamente ambientato possiamo staccare l’aeratore e iniziare a fare piccoli cambi con acqua osmotica per portare l’acqua a valori acidi con un obiettivo di pH sul 6-6.2 (scendere di più non serve) e durezze attorno ai 2-3 punti.

Secondo me è importante far sentire a questi pesci saltuariamente gli sbalzi di temperatura tipici dei piccoli specchi d’acqua per avere una buona salute e dei buoni cicli riproduttivi, quindi suggerisco temperatura che fluttua da 26 ai 30 °C.

Sono pesci che inizialmente tendono ad essere timidi, perciò consiglio sempre l’acquisto di un gruppetto di giovani fra cui, salvo vasche belle grandi, selezionare poi una coppia.

Non bisogna avere fretta e pretendere di vederli subito a colori superbi: vanno aspettati con pazienza, onde evitare un inutile aumento di stress che resta per questi pesci la principale causa di morte.

Cambiamenti di temperatura

Spesso viene detto che gli sbalzi di temperatura causano malattie come i famigerati puntini bianchi (Ictioftiriasi) tuttavia bisogna tenere a mente che non è il freddo che crea quei puntini ma un parassita (Ichthyophthirius multifiliis) che, trovando un pesce già debilitato, approfitta di un ulteriore stress per attaccarlo.

Se un pesce è sano gli sbalzi di temperatura non sono un trauma ma uno stimolo positivo che cerca di emulare una pioggia amazzonica. La ciclicità di questi stimoli è utilissima sia per allungare la longevità dei nostri pesci sia per ricreare una situazione ancora più naturale come potete leggere nel nostro articolo sulla stagionalità.

Alimentazione di Mikrogeophagus ramirezi

M. ramirezi è una specie la cui dieta è principalmente composta da detrito vegetale e invertebrati come larve di insetto, crostacei e molluschi che cacciano proprio rovistando tra il detrito. Vanno assolutamente evitati i cibi troppo proteici a base di carne poiché non riescono a digerirli efficacemente.

Consiglio un buon secco a base di invertebrati, a rapido affondamento, a cui abbinare magari un pastone fatto in casa con maggiore componente vegetale.
Abbiamo nel forum un intervento su come farlo per i discus: la ricetta va benissimo anche così viste le esigenze molto simili in fatto di alimentazione. Volendo, si può aggiungere anche qualche alga in polvere durante il periodo riproduttivo come aggiunta di proteico vegetale. Ad esempio, la spirulina (anche se a rigore è un cianobatterio) si trova ormai facilmente in polvere anche al supermercato sotto casa.

Come integrazione si può dare del congelato o vivo come Artemia salina o larve di Chironomus ma senza abusare: il cibo molto ricco di proteine animali e grassi accentua i colori e li fa apparire belli e grossi ma alla lunga accorcia l’aspettativa di vita e ha un brutto impatto sulla fertilità. Questi alimenti sono tipici del periodo riproduttivo, quando la femmina deve produrre le uova e i piccoli crescere.
L’abuso, come per tutte le cose, fa più danni che benefici.

Riproduzione di Mikrogeophagus ramirezi

M. ramirezi è una specie di Ciclide che si riproduce all’aperto al contrario di molti altri Ciclidi nani. La coppia, una volta formata, sceglie un sasso, una foglia o un legno piatto e largo che con cura ripulisce prima di iniziare a deporre le uova bianco perla.

Questa specie effettua cure biparentali, ossia la cura della prole è effettuata all’unisono da entrambi i genitori nella maggior parte dei casi.

Se inesperti, è facile che i primi tentativi non vadano a buon fine: purtroppo capita che le coppie più giovani e alle prime armi non sappiano gestire fin da subito le uova e finiscano per abbandonarle o mangiarle. Ma con un po’ di pazienza ed esperienza i risultati arriveranno!

Schiusa delle uova

La schiusa delle uova avviene tra le 36 e le 48 ore e, visto che depongono all’aperto, avremo la fortuna di vedere questi pallini muniti di coda che vibrano: un’esperienza che vi farà amare ancora di più questi fantastici pesci!
Appena nati gli avannotti sono muniti di sacco vitellino che dà loro i nutrienti necessari per i primissimi stadi di sviluppo.

Alimentazione e crescita degli avanotti

L’alimentazione da parte nostra inizia invece dopo un paio di giorni, quando esauriscono il sacco vitellino.
Come cibo per i nascituri l’Artemia salina è sicuramente da preferire ma è buona cosa integrarla con altro come Microworms e cibo in polvere. Per somministrare quest’ultimo, utilizzo le siringhe senza ago a cui fisso una cannuccia, per evitare di andare con tutto il braccio in vasca; così facendo, evito anche di stressare i genitori, visto che se dovessero ritenere le uova o i piccoli in pericolo, potrebbero abbandonarli o mangiarli loro stessi.

Mikrogeophagus ramirezi
Foto di Giulia Li Rosi.

Le cure parentali durano solamente un paio di mesi; man mano che gli avannotti cresceranno, i genitori li sposteranno sempre più spesso finché non saranno in grado di nuotare da soli.

Avanotti Mikrogeophagus ramirezi
Foto di Giulia Li Rosi.

In questa fase sarà molto importante l’allestimento della vasca perché gli avannotti inizieranno a brucare in continuazione in fondo alla ricerca di microfauna e quindi aver predisposto zone idonee al pascolo con sabbia e foglie aiuterà molto.

Avanotti ramirezi
Foto di Giulia Li Rosi.

Al termine delle cure comunque i genitori continueranno a identificare i giovani come propria prole e la tollereranno in vasca, spesso anche durante le riproduzioni successive, se lo spazio è sufficiente.

Mikrogeophagus ramirezi
Foto di Giulia Li Rosi.

Varietà e selezioni di Mikrogeophagus ramirezi

Anche in natura questa specie ha un policromismo molto sviluppato (differenze di livrea all’interno della stessa popolazione) e diverse forme locali.
Sfruttando quindi la loro variabilità genetica l’uomo ha ottenuto diverse forme artificiali, sia selezionando caratteristiche morfologiche come le pinne dei “Long-fins” o la forma del corpo dei “Baloon”, sia selezionando colorazioni innaturali come la forma “Gold”, la “Electric Blue” o la nuova “Black”.

Tali forme hanno la colorazione fissa e immutabile e quindi la nota capacità di comunicare con la livrea tra partner e con gli avannotti viene meno.
Inoltre, purtroppo, in farm, per motivi di produttività, le cure parentali non vengono eseguite ma anzi le uova separate. Col tempo questo ha tolto quella naturale selezione che impediva ai pesci incapaci di riprodursi o che predavano le proprie uova o i propri avannotti di estinguersi perché non procreavano.

Ramirezi Electric Blue
M. ramirezi “Electric Blue”. Non può comunicare attraverso i cambi di livrea.

Un’altra grossa problematica è che fissare queste selezioni che si manifestano solo occasionalmente si deve forzatamente abusare di numerosi incroci tra fratelli e sorelle finché una data caratteristica non sarà sempre presente nella prole. Ciò tuttavia comporta alcuni problemi, tra cui la scarsa fertilità e una minore variabilità genetica.

Questo è il motivo principale della fama di essere pesci difficili da riprodurre: in realtà sono pesci che sono piuttosto facili se si ha la fortuna di partire da esemplari di buona qualità.

Il consiglio che mi sento di dare è quello di prediligere le forme il più naturale possibile e rifornirsi da chi può assicurare che i pesci sono stati allevati con cure parentali, in modo che i problemi siano potenzialmente molto minori.

Le forme wild di Mikrogeophagus ramirezi

In commercio si trova sempre più frequentemente anche l’offerta di esemplari di cattura o la loro prole (F1, in gergo). Una domanda che spesso mi viene posta da chi sceglie di percorrere questa strada è la seguente: come vanno approcciati?

Sicuramente la risposta più corretta è quella più semplice: vanno approcciati con giudizio dopo aver studiato bene le loro esigenze e la vasca in cui inserirli.
Ma oltre alle frasi fatte, cercheremo di essere un po’ più pratici.

Le condizioni in cui abbiamo visto che si sono evoluti sono piuttosto estreme come valori; tuttavia durante l’anno in un dato fiume o tratto di esso si intercorrono svariate situazioni.
Questo è il motivo per cui i pesci si riproducono solamente in certi periodi e non hanno costantemente avannotti al seguito. In acquario, secondo la mia opinione, bisogna cercare di avere un equilibrio dinamico tra le esigenze dei pesci e il far funzionare la vasca come sistema. Ciò ovviamente non significa che dobbiamo far adeguare i pesci alla nostra vasca ma che dobbiamo ben soppesare i limiti che ha un ambiente chiuso e non rischiare inutilmente di compromettere l’acquario per inseguire dei numeri.

Spiegazione con esempio

Cercherò di spiegarmi meglio con un esempio.
Ipotizziamo di avere un acquario di medio-piccole dimensioni per una coppia di M. ramirezi wild: potremmo scegliere di allevarli in una vasca riempita di sola osmosi con uno strato fine di sabbia e acidificare in maniera forte per abbassare il più possibile il pH.

Se usassimo acidificanti naturali dati da foglie e portasemi, avremmo una conducibilità che si innalzerà inesorabilmente per la macerazione di questi materiali vegetali in sospensione. Si noterà, inoltre, la presenza di composti azotati, prima che il pH arrivi ai livelli dell’ambiente naturale.
Usando questi acidificanti, non è infatti possibile abbassare il pH senza alterare altri valori, come quelli dei composti azotati o la conducibilità.

Non credo che dei valori simil-naturale bilancino queste mancanze: purtroppo in ambiente chiuso è sempre complicato avere, come si suol dire, la botte piena e la moglie ubriaca e bisogna sempre cercare di non perdere di vista le esigenze per inseguire dei numeri (quelli dei test) che sono certamente importanti ma non devono diventare legge.

Compagni di vasca per Mikrogeophagus ramirezi

La scelta dei coinquilini è molto importante se si vuole avere successo con la riproduzione di questi Ciclidi poiché, deponendo all’aperto, è molto più difficile proteggere gli avannotti dai predatori.
Per questo motivo è ideale scegliere specie di taglia ridotta che non rappresentino un pericolo per le uova e la prole, ad esempio specie come Hyphessobrycon amandae o Paracheirodon simulans per quanto riguarda specie da banco, oppure specie del genere Otocinclus.

La presenza di coinquilini è importante perché tende a far cooperare la coppia rafforzando l’istinto per le cure parentali; non è raro infatti che coppie che da sole abbandonano le uova con qualche caracide in vasca portino a termine la schiusa.

La presenza di “dither” è pertanto utile quando si possiede un gruppo anziché la singola coppia (negli acquari delle giuste dimensioni), per distribuire meglio l’aggressività tra ciclidi, diminuendo il rischio di esemplari messi all’angolo della vasca dai conspecifici.

Tassonomia

Dominio: Eukaryota
Regno: Animalia
Phylum: Chordata
Classe: Actinopterygii
Ordine: Perciformes
Famiglia: Cichlidae
Sottofamiglia: Cichlinae
Genere: Mikrogeophagus
Specie: M. ramirezi

Storia della classificazione di Mikrogeophagus ramirezi

La storia del nome di questa specie forse meriterebbe un articolo a sé da quanto è interessante e complessa [1]. Vediamola per punti principali:

  • Quando venne scoperta nel 1947, venne presentata da G. S. Myers e R. R. Harry [2] sotto il nome di Apistogramma ramirezi, in onore di Manuel Vincente Ramirez.
    Tuttavia il fatto che, al contrario del resto del genere, non utilizzasse rientranze per riprodursi ma, al contrario, deponesse all’aperto su sassi, foglie o buche fece dubitare fin  da subito sulla correttezza della classificazione.
  • Nel 1960 sia tra alcuni ittiologi sia tra gli appassionati inizia a diffondersi per la prima volta il nome di Microgeophagus che rimane però un nome non accettato ufficialmente.
  • Intorno al 1970 vengono proposti in ordine i nome di Pseudogeophagus e Pseudoapistogramma ma entrambi vengono rifiutati. La diatriba va avanti.
  • Nel 1977 Kullander, con un autorevole studio [3], ridefinisce la specie come Papiliochromis ramirezi, che deriva da papilo, farfalla e chromis, colore: ecco perché è anche conosciuto come “Ciclide farfalla”. Lo studio viene universalmente accettato dalla comunità scientifica e sembra finalmente che sia stata scritta la parola “fine” su questa storia. Talvolta questo nome viene riportato erroneamente come Papillochromis ramirezi.
  • Nel 1982 torna prepotentemente in auge il termine Microgeophagus, che si fa sempre più strada nei libri di testo e nella comunità scientifica, tanto da decidere di cambiare il nome in Microgeophagus e lasciare Papiliochromis come sinonimo creando però più confusione di prima.
  • Nel 1998 Kullander è autore di una pubblicazione in cui, probabilmente per un errore di battitura o impaginazione, chiama la specie col nome di Mikrogeophagus sostituendo la “c” con una “k”. Questo refuso tuttavia fa nascere un dibattito che porta incredibilmente all’accettazione di Mikrogeophagus come sinonimo e col tempo a diventare la forma più utilizzata, tant’è che, ad oggi, ufficialmente gli altri nomi (tra cui la forma in origine corretta) non sono più riconosciuti come validi dalla comunità scientifica.

Bibliografia

[1] Kullander SO (2011) Nomenclatural availability of putative scientific generic names applied to the South American cichlid fish Apistogramma ramirezi Myers & Harry, 1948 (Teleostei: Cichlidae). Zootaxa 3131: 35-51. 10.11646/zootaxa.3131.1.2

[2] Myers GS, Harry RR (1948) The Ramirezi dwarf cichlid identified. Aquarium, Philad. 77.

[3] Kullander S.O. 1977. Papiliochromis gen.n., a new genus of South American cichlid fish. Zoologica Scripta, 6: 253-254.

Eschmeyer W.N. ed. 2018 Catalog of fishes. California Academy of sciences

Fisher P.E. 1968. Apistogramma ramirezi ist doch Venzolaner! Das Aquarium u. Terrarium Zeischrift (DATZ), 21 (1): 8-10

Géry J. 1983 Le nom de genre de Apistogramma ramirezi Meyers & Harry. Rev. Fr. Aquariol. 10(3): 71-72

Kraus G. 1982. Wir Suchten Mikrogeophagus  ramirezi. Das Aquarium u. Terrarium Zeischrift (DATZ), 35 (12): 441-443

Linke H. Staeck W. 1984 Ciclidi Americani 1: Ciclidi nani. Tetra, Melle, Germania

Meinken H. 1967. Wiederum platze eine Import-Legende. Das Aquarium u. Terrarium Zeischrift (DATZ), 20 (10): 294-299

Werner U. 1992 Fishfangabenteuer Südamerika. Landbuch, Hannover, Germany.

Crediti

Ringraziamo Giulia Li Rosi per le fotografie che documentano la riproduzione dei suoi esemplari.

Foto M. ramirezi “Electric Blue”: By Laila_, CC0 (Pubblico Dominio)