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Lo Spaventacory – Corydoras aeneus in natura

Com’è l’ambiente naturale di Corydoras aeneus?

In questo articolo, Ivan Mikolji ci accompagna in un loro habitat naturale, facendoci vedere come vivono questi pesci e quali siano i loro comportamenti e le loro abitudini (e no, non includono stracci o aspirapolvere).

Ringraziamo Ivan Mikolji per averci permesso di condividere anche questo suo viaggio!


Lo Spaventacory – Corydoras aeneus in natura

Sono in piedi, fermo, in mezzo al corso d’acqua. Il cielo è azzurro e senza nuvole, il Sole risplende. Una brezza tropicale molto delicata fa ondeggiare il fogliame che a occhio è venti metri più in alto. Ragazzi, qui gli alberi sono proprio alti!

Fotografia di Ivan Mikolji di un albero della pioggia, Albizia saman, nel suo ambiente naturale.

Adoro la brezza poiché dà sollievo dal caldo rovente e disturba alcuni insetti ematofagi. L’altro lato della medaglia è che la stessa brezza che tiene lontani gli insetti ti riempie di quelli che io chiamo “insetti kamikaze”. Questi insetti, che vivono fra i rami più alti degli alberi, sono buttati giù dal vento in grandi numeri.
Credetemi, è difficile stare fermi quando hai un paio di insetti sconosciuti che ti camminano sul collo o, ancora peggio, cercano di avventurarsi nel tuo orecchio. Scaccio gli insetti e ritorno nella mia posizione immobile, come una guardia reale, ma in muta umida.

Fotografia di come monitoriamo la temperatura in un corso d’acqua.

Ci sono due colori dominanti: verde e marrone. La superficie dell’acqua riflette il verde di tutta la vegetazione e, poiché l’acqua è limpida, si riescono a vedere i sedimenti marroncini sul fondo, aggiungendo ancora gli stessi colori ad un mondo bicromatico incredibilmente meraviglioso.
L’acqua è attorno ai 28 °C, con una debole corrente che scorre su rocce di tutte le misure.

Questo, amici, è un tipico corso d’acqua della Cordigliera della Costa.
La Cordigliera della Costa è il gruppo di montagne che corre lungo la costa centro-orientale del Venezuela.

Fotografia della Cordigliera della Costa, monte Zapatero, Guaquira, Yaracuy, Venezuela.
Panoramica di un biotopo naturale (Yaracuy, Venezuela).

Tornando a noi, sono ancora in piedi, fermo, al centro del corso d’acqua. Come al solito, sto indossando il mio vecchio e fedele cappello di paglia.
Scommetto tutto sul fatto che se rimango a lungo, abbastanza a lungo, non sembrerò una minaccia per i Corydoras bronzei – Corydoras aeneus – che vivono in questa sezione di fiume.

Corydoras aeneus è una specie relativamente piccola, bentica, di pesci siluriformi [NdT: Callichthyidae], piuttosto comune nell’hobby acquariofilo.
Corydoras aeneus ha la capacità di respirare aria attraverso l’intestino quindi è possibile vederli nuotare in superficie a prendere una boccata d’aria per poi tornare immediatamente sul fondo; è probabile che l’aria sia di aiuto anche per la digestione.

Corydoras aeneus selvatico nel suo ambiente naturale.

So, per esperienza, che i pesci si abituano piuttosto velocemente alla mia presenza, solitamente in un’ora o due.
Ho alcuni rituali che potrebbero apparire strani ad un passante ma che per me portano numerosi benefici.
Stando in piedi, decifro l’ecosistema che mi circonda e apprendo il comportamento degli animali attorno a me.

Lasciatemi raccontare quello che sto assorbendo.
Sopra di me, fra tutti gli alberi, quelli che trovo più maestosi sono gli alberi della pioggia Albizia saman, i cui rami si espandono come un gigantesco ombrello e sono piedi di piante epifite.
Sotto di me, i tetra Astyanax metae sono a caccia di insetti kamikaze che cadono in acqua. Sono così rapidi che un quarto del loro corpo esce dall’acqua quando si fiondano per mangiare un insetto, prima che qualcun’altro glielo porti via. Quando colpiscono il loro bersaglio, producono uno schiocco che sembra troppo intenso per essere fatto da un pesce così minuto.
Quando la brezza cessa, la superficie dell’acqua diventa silenziosa e tranquilla e i tetra attendono tranquilli. Quando il vento riprende e gli insetti cominciano di nuovo a cadere, la superficie dell’acqua ricomincia a ribollire e a risuonare in modo imprevedibile.

Gli insetti terrestri devono essere la fonte principale di cibo per così tanti pesci selvatici!

Astyanax metae nel suo ambiente naturale.

Il corso d’acqua stesso può essere diviso in pozze, punti piani e rapide. Sto in un’area piana, lunga circa 100 metri, larga 7 e profonda 40 cm ai bordi e 20 verso il centro – sì, è più profonda vicino alle rive.
Un’area piana di un fiume può essere descritta come una piscina poco profonda con la superficie calma e un fondo pressoché uniforme.
Il pH è di 7.5 e il KH attorno a 40 mg/l [NdT: circa 2.2 dKH].
La corrente è piuttosto lenta e l’acqua pulita poiché non piove da giorni.

Corydoras aeneus nel suo ambiente naturale.

OK, e ora arriva un banco di Corydoras aeneus, qui è dove vivono.

Si trovano solo nei punti piani del corso d’acqua; non vivono nelle pozze o nei punti dove la corrente è forte.
Sono pressoché al centro del fiume, rivolto verso la riva destra, che è illuminata meglio dalla luce del sole a quest’ora del giorno.
Cerco di stare il più immobile possibile e di tenere traccia mentale di quel che vedo.

I Corydoras nuotano controcorrente e inizio a contarli ma perdo il conto a 8: si muovono troppo in fretta e sono troppi! Ce ne saranno più o meno 150 che nuotano a zig-zag senza mai fermarsi.
Zig-zagando nell’acqua, di fronte ai miei piedi, la mia bocca si apre per lo stupore: il nuoto a zig-zag è assolutamente intenzionale. Si muovono fra le ombre create dalle fronde 20 metri più in alto.

Stando in piedi lì, le prime cose che mi viene in mente per analogia guardando questi pesci muoversi in gruppo attraverso percorsi intricati sono il sangue che scorre attraverso le vene o automobili che sfrecciano in una superstrada dal progetto folle.

È incredibile osservare come si impegnino a non uscire di strada, sebbene le ombre siano molto deboli.
Li guardo, la lunga linea di esemplari si muove vicino a me, paraurti contro paraurti, passando davanti ai miei piedi.

Due metri più in avanti, sulla mia sinistra, c’è un’area sabbiosa e priva di rocce, all’ombra. Alcuni dei Corydoras rallentano e iniziano a nuotare attorno, formando un cerchio. Questo comportamento mi fa venire in mente le diligenze attaccate dagli Indiani nei vecchi film sul Far West.

Fotografia a mezz’acqua di Corydoras aeneus, in gruppo, nel loro habitat naturale.

All’improvviso si fermano e si riposano per uno o due minuti, quindi riaccendono i motori e ricominciano a nuotare contro corrente nelle loro autostrade ombrose.
Decido di stare fermo e attendere l’arrivo di un altro gruppo. Non molto più tardi, si avvicina un banco più piccolo, sempre seguendo le stesse regole del precedente ma, avvicinandosi, attraversano rapidamente il corso d’acqua. Non nuotano mai nella parte centrale del fiume, ma quando lo attraversano, lo fanno il più velocemente possibile.
Mi giro attorno lentamente e li osservo scendere il corso d’acqua, vicino all’altra riva, sulla sinistra, che è più rocciosa e meno illuminata. È il percorso di ritorno dei Cory!
Fra le rocce si prendono il tempo per nutrirsi del perifiton [NdT: la microflora che si sviluppa nei substrati, comprendente alghe, batteri, detriti etc] incastrato sulla superficie delle rocce.

Foto subacquea di Corydoras aeneus, in gruppo, nel loro habitat naturale.

Nelle fessure fra le rocce più grandi le foglie e i ramoscelli si depositano su un fondo di argilla sporca. L’argilla è ricoperta di materiale organico in decomposizione e i Corydoras si tuffano in quella porcheria come se si stessero sotterrando, creando piccole nuvole di detriti. Assomigliano a dei porcellini che si divertono nella melma, scavando alla ricerca del successivo pasto. Quindi questo è il loro posto per alimentarsi.

Il centro e la sposta destra, sabbiose, sembrano troppo pulite o sterili. I Corydoras, in questo corso d’acqua, usano la sabbia pulita sulla destra per risalire e poi mangiano sulla sponda sinistra, rocciosa, scendendo. Mi domando: perché non vanno su e giù solo sul lato sinistro?

Decido di fermarmi ancora, in piedi, a guardare nel verso della corrente, così da poter osservare entrambe le sponde contemporaneamente; qualcosa mi morde sul collo e spiaccico quella che sembra una formica rossa. Vedo i Corydoras scappare, spaventati dal mio brusco movimento.
Sorrido e rido; stando fermo con il mio cappello di paglia sono uno spaventapasseri per i pesci o, meglio ancora, uno spaventacory.

Ivan Mikolji al lavoro in un fiume. Foto di Orlando Escalante.
Ivan Mikolji. Foto di Orlando Escalante.
Ivan Mikolji. Foto di Orlando Escalante.

Dopo aver appreso il comportamento dei Corydoras, il movimento delle acque e l’illuminazione del biotopo, inizio a progettare come digitalizzarli. Comincio a pensare ad un piano per immortalare ogni comportamento.

Poiché io sono chi sono e non riesco a fare le cose se non alla maniera di Mikolji, provo a complicarmi il lavoro e a renderlo il più complesso possibile, portando le tecniche di fotografia al limite e facendo sudare un po’ di più le generazioni successive per potermi superare.

Lancio il cappello sul fogliame a bordo fiume e entro nell’acqua. Striscio verso la riva destra, sopra alla sabbia fine, e cerco un punto ombreggiato dove l’obiettivo della mia fotocamera possa stare metà in acqua e metà fuori.
Mi assicuro di trovare un punto dove ci sia ombra sia vicino all’obiettivo sia lontano, cosicché i Corydoras non appaiano in fila o in un gruppo troppo denso.

Corydoras aeneus nel suo habitat naturale (Yaracuy, Venezuela).

Voglio che stiano sparsi, seguendo le ombre vicino alla riva. Sistemo le impostazioni della fotocamera e aspetto immobile; come previsto, passano meravigliosamente davanti alla fotocamera e fanno quel che sanno fare meglio, essere dei cory.

Faccio le stesse cose nello spazio aperto e, di nuovo, mi circondano: sono i modelli migliori con cui lavorare.

Mi rialzo e faccio la riva sinistra, che è più complicata a causa del pulviscolo che alzano quando nuotano o mangiano. Ore di pazienza, tuttavia, ripagano.

Corydoras aeneus nel suo habitat naturale.

Finito il lavoro, faccio il mio ultimo rituale, che consiste nel mettere via la fotocamera e stare fermo sott’acqua, fingendo di essere un pesce, e sperare che il tempo si fermi.

Questo articolo è stato pubblicato su:
– Practical Fishkeeping Magazine – Febbraio 2017


Articolo ed immagini: © Ivan Mikolji www.mikolji.com
Tutti i diritti sono riservati. L’articolo non può essere riprodotto, copiato, distribuito o usato senza l’esplicita autorizzazione scritta di Ivan Mikolji.

 

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